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Risale a tre anni fa, ma dimostra ancora una trascinante freschezza Shukshin's stories, il bellissimo spettacolo che il regista lettone Alvis Hermanis ha realizzato con gli attori russi del Teatro delle Nazioni di Mosca. Fra i maestri della scena europea odierna, Hermanis è forse l'unico che riesce a far coesistere un vertiginoso rinnovamento dei linguaggi del teatro con un incomparabile spessore dei sentimenti, capace di toccare e di commuovere anche il pubblico più smaliziato.

Shukshin's stories è costruito su una serie di piccoli episodi tratti dai racconti di Vasily Shukshin, scrittore, attore e regista cinematografico morto nel 1974, attento osservatore del mondo contadino: queste sue incantevoli storie trattano infatti di una piccola umanità campagnola in via di trasformazione, gente di paese che sposa donne di città, figli che tornano a casa dalla città, con tutti gli scompensi culturali del caso: antiche usanze da rivedere, tradimenti coniugali, mutamenti delle mode e dei valori. C'è un'anacronistica domanda di matrimonio, c'è un agricoltore che compra alla moglie dei costosi stivali, senza rendersi conto che lei non ha gambe abbastanza snelle per calzarli; c'è una dottoressa troppo emancipata, e un carcerato che evade poco prima del rilascio, perché non riesce a star lontano un giorno in più dalla famiglia.

Sono minuscoli ma intensissimi frammenti esistenziali — la giovinezza e la vecchiaia, la vita, il destino, l'inestinguibile fedeltà alle proprie radici — che Hermanis affronta con ironia e tenerezza, facendo vibrare soprattutto le corde di una sottile malinconia. Sullo sfondo si avverte di tanto in tanto la presenza del potere sovietico, evocato però con leggerezza, come una sorta di entità estranea, senza intenti di denuncia o di protesta. Ma l'aspetto più sorprendente dello spettacolo è il suo smagliante apparato formale, che accosta stili espressivi diversi: la scenografia è fatta solo di pannelli fotografici che cambiano di volta in volta, immagini coloratissime, iperrealiste di campi di girasoli, addetti ai trattori, commesse di negozi, e da una geniale, lunga panca su cui siedono e possono camminare gli strepitosi attori. A un lato della panca c'è sempre qualche gruppetto di donne pettegole o di ameni perdigiorno che riferiscono i fatti, mentre altri, accanto a loro, danno corpo ai personaggi di cui si parla. A volte questi ultimi si “raccontano“ da se stessi, in un continuo interscambio tra interpretazione e narrazione. Basta poco, una giacca fuori misura, una buffa acconciatura improvvisata sul momento, per tratteggiare delle irresistibili figurette: e questa chiave un po' „straniata” asciuga i toni del bozzetto, ne fa una sorta di nitidissimo documento antropologico.

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Shukshin's stories, di Alvis Hermanis. Visto a Milano, al Teatro Franco Parenti